01 Dic “La crisi del personale non è una crisi di persone: è una crisi di sistema.”
La difficoltà di trovare e trattenere personale nel turismo e nella ristorazione è diventata un tema ricorrente, quasi un ritornello. Se ne parla ovunque: nei bar, nelle reception degli hotel, nei gruppi WhatsApp degli imprenditori, nelle scuole alberghiere, nei tavoli tecnici. Eppure, nonostante l’enorme attenzione, continuiamo a ripetere le stesse cose senza avvicinarci davvero al centro del problema. La frase “non si trova personale” è diventata una scorciatoia che descrive un fenomeno reale, ma lo spiega male. È un titolo semplice per una realtà complessa.
La verità è che oggi nel turismo non manca il personale: mancano le condizioni affinché le persone possano scegliere di restare.
Non si può affrontare questa crisi limitandosi a osservare la superficie. Chi lavora in questo settore da vicino ( imprenditori, consulenti, direttori del personale ) vede tutti i giorni dinamiche che sfuggono a chi guarda solo i numeri. Chi entra, esce troppo presto. Chi resta, spesso sente di farlo in bilico. Chi vorrebbe crescere, non trova il tempo per farlo. E chi vorrebbe assumere, non riesce più a fare promesse credibili.
Per anni l’organizzazione del lavoro è stata costruita su turni spezzati, orari massacranti, pause improduttive, giornate che cominciano all’alba e finiscono dopo mezzanotte. Un modello antico, nato quando i lavoratori vivevano a due passi dal posto di lavoro, quando non esistevano mobilità urbana, caro-affitti, pendolarismo, figli da accompagnare a scuola in due ore di traffico. Oggi molte persone si spostano 20, 40, 60 chilometri per lavorare. E il turno spezzato, che una volta si accettava come inevitabile, oggi diventa una condanna: ore buttate in mezzo alla giornata, lontani da casa, senza tempo per vivere.
È davvero un problema di “scarsa disponibilità”? O è la fatica di un’organizzazione che non dialoga più con il mondo reale?
Il tema economico esiste, eccome. Ma non va isolato dalla vita delle persone. A Napoli come a Firenze, a Roma come nelle località turistiche più rinomate, la retribuzione non basta a compensare il costo della vita. Si lavora in quartieri in cui non si può abitare. Si finisce per passare più tempo sui mezzi che a casa. E quando la persona percepisce che lo stipendio “non vale la vita che quella giornata gli chiede”, la fuga non è un capriccio: è un’autodifesa.
C’è poi il nodo generazionale, spesso raccontato male. Non è vero che i giovani non vogliono lavorare. Vogliono lavorare diversamente: con prospettiva, con equilibrio, con dignità, con un senso di crescita. Vogliono capire perché fanno ciò che fanno. Non cercano scorciatoie: cercano significato. E questo non li rende fragili. Li rende figli di un tempo diverso, dove confrontarsi con lavori più flessibili, più digitali, più prevedibili è naturale, quotidiano, inevitabile.
Il settore turistico, per contro, continua a raccontarsi con la narrativa del sacrificio: “qui si lavora tanto”, “qui si regge”, “qui chi non ce la fa non è adatto al mestiere”. Una narrazione identitaria, certo, ma anche profondamente respingente. I giovani non sono disallineati: stanno semplicemente scegliendo ambienti che li valorizzano, non che li consumano.
C’è poi il grande buco della formazione. Ogni anno migliaia di studenti escono dagli istituti alberghieri e turistici con competenze spesso troppo distanti da quelle richieste dalle aziende. Non è colpa delle scuole: è un sistema che non dialoga abbastanza. La tecnologia, l’accoglienza, la sostenibilità, la comunicazione digitale, la sicurezza alimentare, la gestione del cliente sono ormai competenze centrali. Ma senza aggiornamento dei docenti e senza esperti provenienti dalle aziende, il divario tra ciò che si insegna e ciò che il mercato chiede continuerà ad allargarsi.
Ci troviamo quindi davanti a un settore che domanda flessibilità senza poterla più garantire, che cerca fedeltà senza poterla costruire, che pretende energia senza poter restituire prospettiva. E allora la domanda che dobbiamo farci non è più “perché non troviamo personale?”, ma “perché le persone non restano?”. È una domanda scomoda, ma necessaria.
Per molte aziende, riprogettare turni e orari non è più una scelta virtuosa: è una condizione di sopravvivenza. Portare le persone al centro non è più uno slogan: è una leva competitiva. Offrire formazione interna non è un costo: è l’unico modo per trattenere chi vuole crescere. Creare percorsi chiari, ruoli definiti, possibilità di avanzamento non è un lusso: è una necessità. Raccontare il lavoro in modo più autentico, più professionale, meno eroico e più umano non è comunicazione: è verità.
Se oggi il turismo fatica a trovare personale, è perché il mondo è cambiato molto più velocemente di quanto il settore sia riuscito a cambiare sé stesso. Questa non è una colpa: è un’occasione. Una chiamata alla riprogettazione, non alla nostalgia. Il turismo ha un potenziale enorme: è relazione, cultura, accoglienza, emozione. Ma per continuare a esserlo deve diventare anche un luogo in cui le persone desiderano restare, non un passaggio obbligato verso qualcos’altro.
La vera rivoluzione non sarà dei contratti, né dei bonus, né dei sistemi di recruiting. Sarà nel modo in cui il settore decide di costruire un nuovo patto con chi lo fa vivere ogni giorno. Un patto più equilibrato, più sincero, più moderno. Un patto che riconosca che le persone non sono “mancanti”: sono in attesa di ritrovare un motivo per scegliere questo mondo, e per chiamarlo casa.
✍️ di Luca Canale
Commercialista del Lavoro


