05 Gen CONI, piano quadriennale e valore sociale dello sport: quando l’istituzione diventa investimento per il Paese
Nel Salone d’Onore del Foro Italico, luogo simbolo della storia sportiva italiana, la presentazione del Piano Operativo quadriennale del CONI e del Rapporto Censis sul valore sociale delle funzioni istituzionali dell’Ente ha offerto molto più di una semplice fotografia programmatica. È emersa, con chiarezza, una visione dello sport come infrastruttura civile del Paese, capace di generare valore economico, sociale ed educativo ben oltre la dimensione agonistica.
Il dato più immediato restituito dalla ricerca Censis è di quelli che obbligano a riflettere: le funzioni istituzionali svolte dal CONI producono un valore economico stimato in circa 85 milioni di euro l’anno. Una cifra che non rappresenta un costo, ma un investimento pubblico comparabile a quello di altri grandi enti regolatori, e che racconta la complessità di un sistema che tiene insieme 16 milioni di tesserati e oltre 112.000 realtà associative distribuite su tutto il territorio nazionale. Il CONI non è soltanto la casa delle medaglie, ma una comunità diffusa che garantisce regole, coesione, pari opportunità e accesso allo sport, dal Nord al Sud del Paese.
In questo contesto, il Piano quadriennale presentato dalla governance del CONI si muove lungo direttrici che parlano il linguaggio del futuro: preparazione olimpica, formazione della classe dirigente sportiva, sostenibilità e valori. Quattro pilastri che non guardano esclusivamente ai Giochi, ma a un ecosistema sportivo capace di reggere l’urto delle grandi sfide contemporanee: il calo demografico, la carenza di impianti, la riduzione della pratica sportiva in ambito scolastico, le disuguaglianze territoriali. Lo sport, come ricordato più volte nel corso dell’evento, non è mai il risultato dell’individuo, ma il frutto di un lavoro collettivo che richiede visione, risorse e responsabilità.
Ed è proprio la parola “responsabilità” a fare da filo rosso tra la visione istituzionale del CONI e alcune delle scelte più significative contenute nella recente Legge di Bilancio, che incidono direttamente sul sistema sportivo. Da un lato, sul tema dei premi sportivi, la soglia dei 300 euro diventa dirimente: sotto quel limite resta l’area di esclusione, mentre oltre soglia operano i meccanismi di tassazione e ritenuta previsti, con l’inevitabile attenzione alle istruzioni operative e ai chiarimenti. Una misura che, al di là del profilo tecnico, pone un interrogativo culturale profondo: quale valore attribuiamo oggi al merito sportivo? Il premio non è soltanto una voce economica, ma il riconoscimento di sacrificio, disciplina, talento e funzione educativa. Ricondurlo integralmente nell’alveo della fiscalità ordinaria significa ridefinire il rapporto tra Stato e performance sportiva, soprattutto in un contesto in cui lo sport di vertice non professionistico continua a rappresentare un modello per migliaia di giovani.
Dall’altro lato, la possibilità di diluire su più esercizi le plusvalenze connesse ai diritti di utilizzazione della prestazione dell’atleta – con una ripartizione pluriennale fino a cinque anni – parla soprattutto a quei contesti più strutturati nei quali la sostenibilità economica è diventata una variabile centrale. È una misura che può favorire una programmazione più razionale, ma che richiama anche a una gestione più responsabile e trasparente. Perché se è vero che il diritto sportivo e quello economico devono dialogare, è altrettanto vero che lo sport non può essere ridotto a una mera partita contabile senza perdere la propria anima.
Il Rapporto Censis restituisce, in questo senso, una fotografia eloquente del sentire collettivo: per oltre il 90% degli italiani lo sport deve essere inclusivo e privo di discriminazioni; per l’88% è necessario investire in infrastrutture e scuola; per l’81% occorre garantire sostegno agli atleti di talento. Numeri che raccontano come lo sport organizzato sia percepito come uno strumento di crescita personale, coesione sociale e prestigio internazionale. Le medaglie olimpiche, che tanto orgoglio generano, non sono mai un punto di arrivo, ma il risultato di un sistema che funziona quando regole, valori e risorse procedono nella stessa direzione.
In questo quadro, il ruolo del CONI emerge con forza come presidio istituzionale indispensabile: un ente pubblico che non si limita a coordinare, ma regola, tutela, forma e orienta, garantendo l’unità di un modello sportivo riconosciuto a livello internazionale come eccellenza. Investire nel CONI significa investire nella salute, nell’educazione, nella cultura sportiva e, in ultima analisi, nel futuro del Paese.
Lo sport italiano è chiamato oggi a un equilibrio delicato: coniugare sostenibilità economica e valore sociale, rigore gestionale e passione, regole e sogni. Il Piano quadriennale e il Rapporto Censis indicano una direzione chiara. Sta ora a istituzioni, federazioni, enti e comunità sportive camminare insieme, con la consapevolezza che lo sport non è solo competizione, ma uno dei più potenti strumenti di costruzione civile che l’Italia possiede.


